Si parte!

Mercoledì 3 aprile 2013 siamo partiti per il nostro viaggio a lungo aspettato: Aotearoa, Nuova Zelanda - la terra dei kiwi e delle pecore, dei Maori e degli All Blacks, del Signore degli Anelli e dei terremoti ... In tasca avevamo un biglietto di andata e ritorno, davanti a noi alcuni mesi per trovare lavoro e nella pancia la speranza di non rientrare in Italia. E la speranza si è avverata.
Questo blog è dedicato ai nostri amici e ai nostri parenti, per tenervi sempre aggiornati e condividere con voi fotografie e i racconti delle nostre giornate, almeno finché non vi deciderete a raggiungerci per una vacanza o, perché no, per sempre!

sabato 18 febbraio 2017

Semidei polinesiani

Oh, l'avete visto Moana?
Che sono quegli sguardi maliziosi?
Dico il film della Disney!
Ops... per voi in Italia era, per ovvi motivi, Oceania...

Be', lo siete andati a vedere? E' una figata! Tutto il film è divertente, ma Māui è veramente spassoso.

Chi è Māui?


Māui, muta-forma, semidio del vento e del mare, eroe degli uomini ... e delle donne, entrambi.
Māui è uno dei personaggi principali della mitologia delle Isole del Pacifico, oltre che co-protagonista (minore) del fantastico film Disney "Moana".
Volete saperne di più?
Iniziamo a conoscerlo attraverso il testo della sua canzone "You're welcome" nella sua versione inglese. Seguiteci in questo viaggio, vedrete: non ve ne pentirete!


You are weolcome - Non c'è di che!
E perché mai gli esseri umani dovrebbero mai essere riconoscenti a Māui?

Tanto per iniziare col botto, sembrerebbe proprio che a questo semidio noi umani dobbiamo la vita.
Secondo una leggenda Polinesiana, all'inizio del mondo il Cielo e la Terra vivevano vicini-vicini, ma talmente vicini che le piante crescevano piatte e gli uomini non riuscivano a stare eretti. Allora Māui spinse le nuvole al di sopra delle chiome degli alberi ed issò il cielo sopra le cime delle montagne fissandolo per sempre lì dove ancora oggi si trova. E facendo così, salvò la vita agli esseri umani! Hero of men!

Che cuore generoso! Che animo nobile che ha questo ​Māui!
Come quella volta in cui rubò il fuoco per riscaldare le fredde notti degli uomini.
Ecco... a dire tutta la verità, però, non è che gli uomini prima non ce l'avessero il fuoco, solo che il nostro semidio glieli aveva spenti tutti. Oh, per curiosità, eh, mica per cattiveria!
Voleva, infatti, sapere da dove venissero le fiamme e, quindi, fece in modo che gli uomini, spinti dalla necessità, lo mandassero affan.. ehrm... negli Inferi, dalla Grande Dea Mahuika per chiederne in dono una manciata.
E così ci va, lui, dalla Dea del Fuoco. Un ragazzotto impertinente e curioso che, incurante degli avvertimenti della madre, si prende gioco della sua antenata fino a farla infuriare.
Mahuika, infatti, esasperata dai giochetti di Māui, reagisce alla sua ennesima provocazione lanciandogli contro una fiammata che lo insegue fino all'infinito ed oltre bruciando ogni cosa incroci sul suo cammino. ​Māui cerca di sfuggirle trasformandosi in falco o tuffandosi in un fiume, ma la forza distruttrice del fuoco è troppo potente e, allora, disperato, invoca il suo antenato Tāwhirimātea, il Dio dei fulmini e delle saette, insomma: il Giove downunder. E questo, guarda caso, lo ascolta e fa piovere. Una pioggia così fitta e forte da spegnere l'incendio e liberare Māui dalla vendetta di Mahuika che, intimorita, si rifugia nella sua caverna, ma non senza aver salvato, in corner, le ultime fiammelle di fuoco rimastele lanciandole all'interno di 3 alberi: il Mahoe, il Kaikōmako e il Makomako. E lì dentro le fiammelle rimangono ben protette.
Così Māui torna al suo villaggio portando con sé, invece del fuoco vivo, alcuni rami che - del fuoco - nascondono il segreto. E' sufficiente, infatti, strofinare due pezzi di legno per provocare scintille capaci di accendere braci e focolari.
​E fu così che Māui regalò il fuoco agli uomini.

E adesso ascoltate questa: la bella storia di come Māui abbia rallentato il sole.
All'inizio degli inizi, le giornate duravano un battito di ciglio: il sole sorgeva dal mare e correva velocissimo a rituffarcisi dentro. Tutti se ne lamentavano ma nessuno faceva nulla.
"I giorni sono troppo brevi" dicevano i fratelli di Māui, "non abbiamo tempo né per pescare, né per cacciare, né per lavorare nell'orto di kumara. E alla fine ci riduciamo a giocare quando è buio pesto!"
"E allora dobbiamo farli durare di più" - disse Māui e i suoi fratelli risero di gusto: "Tu vuoi sempre fare l'impossibile!".
Trovo insopportabile la vostra mancanza di fede!
pensò Māui guardandoli di sottecchi.
E così gliela fece vedere lui a quei miscredenti: prima fermò il Sole con il lazzo di foglie di flax tessuto dalle cognate e poi lo malmenò con una mazza ricavata dalla (e qui viene il bello!) MANDIBOLA DI SUA NONNA (!!), fino a quando quello non promise di rallentare la sua corsa.
Promessa onorata nei secoli.

Altre storie ci dipingono un Māui non proprio provetto pescatore. Ogni volta che usciva in barca, se ne tornava con il paniere vuoto ma con una sporta di isole al seguito. E prima ha tirato su le Hawaii e e poi ha pescato l'Isola del Nord della Nuova Zelanda. Oh, belle eh! ma mica si mangiano!
Si metta comunque agli atti che è per questo motivo che l'Isola del Nord in maori si chiama Te-ika-a-Māui (Il pesce di Māui). L'Isola del Sud è, invece, la sua canoa (Te-waka-a-Māui conosciuta anche come Te Waipounamu ovvero Acque della Greenstone), mentre Stewart Island è Te-Punga-o-Te-Waka-a-Māui (L'ancora della canoa di Māui).
Ma andiamo un attimo più nel dettaglio: che cosa ha usato mai Māui per pescare queste terre? Ma ovviamente la meravigliosa mandibola di sua nonna, questa volta in veste di amo (Manaiakalan)! E come esca? Il sangue del suo stesso naso. Ah, che meraviglia la mitologia!

E, infine, dopo aver pescato le sue belle isole, Māui giustamente decide di visitarle. E chiamatelo scemo: mare cristallino, clima tropicale (be' in quasi tutte le isole), pesce a volontà. Si ma a parte che lui il pesce non è capace di pescarlo (ma, in compenso, uh quante isole!) e poi caspita: ma queste nuove terre sono tutte deserte! Non c'è nemmeno un moa! La noia proprio. Alla faccia della Big OE (overseas experience): sopravvalutata proprio!
Allora Māui torna a casa, si sposa, compra casa, accende un mutuo e mette la testa a posto: niente più bravate, niente più ragazzate.
Fino a che, un giorno, sua moglie, Hina, mentre si trova al fiume a raccogliere acqua, viene importunata da Tuna-roa, la Grande Anguilla. Giustamente, a Māui gli turnica l'uncino. Che vuole sta biscia di mare da sua moglie? Inutile dire che l'anguilla non sopravvisse alla furia del semidio che, dopo averla catturata e sventrata, ne sotterrò le viscere.
E in quel punto preciso nacque l'albero del cocco.
E fu così che Māui diede lavoro anche ai cocchi belli, cocchi freschi!

Vi piace questo semidio del Pacifico? Io lo adoro!

Per i riassunti delle Avventure di Maui ho preso spunto da Maori tales of long ago di A.W. Reed, New Holland Publisher, 2014.

domenica 5 febbraio 2017

Invenzioni

L'umanità dovrà per sempre riconoscere ai kiwi il merito per alcune tra le invenzioni che hanno portato il mondo a essere quello che è oggi: il miglior posto dove nascere, per quanto ne possa sapere.

In ordine sparso:
  • Britten V1000: una muturetta in fibra di carbonio, progettata a Christchurch, dai colori tamarri e con un sacco di gare vinte sul groppone.



  • Ugg boots: la calzatura completamente inadeguata per ogni terreno e condizione, capace comunque di compromettere irreversibilmente l'autostima di chi la indossa.



  • Il fucile a colpi tranquillanti: no, questo è utile, va detto. Forse più nei film che nella vita vera.



  • Pavlova: dolce nazionale; trattasi di una meringata riuscita malissimo (farla così male è la parte complicata della ricetta) e guarnita di frutta scongelata all'ultimo minuto per cercare di rimediare.



  • La Thermette: un pratico bollitore per acqua da campo a forma di scaldabagno. Sia mai che non ci si riesca a preparare il te' ovunque.



  • Il bungy jumping commerciale: un certo A J Hackett decise che mica solo i nativi di Vanuatu hanno diritto di sgranchirsi la schiena e volle dimostrarlo buttandosi dalla torre Eiffel



  • Il cancello Hampshire: per chiudere il tuo pascolo recintato se hai le braccine più corte di un canguro. L'invenzione è nata indubbiamente a seguito di esubero di n. 8 wire.



  • Martin Jetpack: questo gioiello della tecnologia, orgoglio di Christchurch, cambierà per sempre il modo di concepire il trasporto. Rimane solo da capire come farlo funzionare sul serio...



  • Zorb: che non c'è niente di meglio che giocare a biglie... con te dentro.



Tra tutte queste invenzioni della nostra società adottiva, non è che ce ne fosse una in particolare che avremmo voluto approfondire, tranne il jetpack, ovviamente, ma pare essere ancora tecnicamente un po' acerbo e se si solleva di 2 metri è oro.
Continuando la ricerca, però, abbiamo trovato uno dei frutti dell'ingegno kiwi che merita di essere sperimentato:
  • Jetboat: una barcona che si trasforma in un razzo missile!
    Strepitosa la nostra pilota Dani che, con l'incosciente naturalezza di una teenager, ha messo a repentaglio le nostre vite e nota di merito agli indiani in ultima fila con mano sempre a tenere il turbante.

lunedì 26 dicembre 2016

Dovevamo andare in Vietnam

Che si fa questo Natale?

"Australia?"
  "Naa, fa caldo."

"Tailandia?"
  "Naa piove."

"Isole del Pacifico?"
  "Naa, fa caldo e piove."

"Vietnam?"
  "Naa. C'è gente."

"Cina?"
  "Naa, C'andiamo a giugno."

"Stiamo a casa?"
  "Naa fa tristezza."

"Vainculo?"
  "..."

Insomma, dopo qualche indecisione iniziale, ci siamo decisi di fare ciò che... alla fine non abbiamo fatto. Ma comunque c'era un'intenzione. Nella fattispecie, si era pensato di posticipare viaggi importanti a periodi migliori (meno caldo, meno monsoni, meno folla, meno spesa, meno varie ed eventuali) e approfittare delle settimane di ferie obbligatorie per perlustrare le zone della Nuova Zelanda che finora non abbiamo visitato, come ad esempio la costa est dell'Isola de Nord.
Bon bon, facciamo un viaggetto onderòd da Christchurch a, chessò, Gisborne e ci fermiamo di tanto in tanto a guardare spiagge, panorami e gnocche ancora spiagge.
Via, non faccio in tempo a dire "Ok!" che, a metà della kappa, la Vv aveva già prenotato il traghetto per la traversata dello stretto di Cook e la prima sistemazione a Blenheim in un bed & breakfast con piscina. Tra la kappa e il punto esclamativo, aveva già ordinato il trasferimento bancario e pagato il tutto.
Presente quell'X-tizio che va talmente forte che tutto il resto sembra fermo?
Ecco la Vv ogni tanto è così.

Ogni TANTO.

I progetti iniziali sono favorevolmente cambiati dopo aver scoperto che i nostri affezionati wellingtonians non erano poi così privi di ferie come si pensava inizialmente e, quindi, la fugace tappa nella capitale "giusto per un saluto" è stata convertita a festeggiamenti di Natale e capodanno con giringiri vari nel tempo rimanente.

"Molto meglio! Siamo in compagnia!"
  "Che si fa? Si cancella il traghetto e si prende l'aereo?"
"Ma nooo! È bello andare su in macchina e ci si può fermare da qualche parte e vedere dei bei posti, giusto?"

Sbagliato.

Il 14 novembre uno dei più potenti terremoti mai verificatisi in Nuova Zelanda crea, uh, qualche difficoltà alla SH1, la principale arteria stradale che collega Christchurch al nord.

La NOSTRA arteria.




"La via è chiusa".
Decisamente.
Ci tocca prendere il Lewis Pass, aka "La strada per Moria", poco più di un tratturo di montagna che si inerpica su per il Marlborough e lungo il quale, da qualche mese a questa parte, è convogliato tutto il traffico, soprattutto pesante, che collega il sud e il nord dell'isola.

Una roba rilassante, insomma.



Tutto fila pressoché liscio fino a poco prima di Springs Junction dove, sotto una pioggia torrenziale, dopo il sorpasso al cardiopalmo di un camion il cui autista aveva amichevolmente segnalato la "via libera", nonostante la gragnola di auto fucilate in senso opposto, scorgiamo il consueto cadavere di possum nel bel mezzo della nostra corsia.
Non faccio in tempo a calcolare la traiettoria per passarci sopra, quando mi rendo conto che non si tratta né di un possum né, tantomeno, di una soffice carcassa, bensì di un solido macigno fresco di frana.
Ormai convinto di segare la Mora in due in caso di tentativo di sorvolo, tento la disperata sterzata che, nella miglior tradizione dei transatlantici al viaggio inaugurale, si rivela insufficiente e ci passo bellamente sopra con la ruota anteriore sinistra. Lei ovviamente non la prende benissimo e s'ammoscia nel giro di 4 secondi, giusto il tempo di superare l'immancabile one lane bridge che, devo dire, sa presentarsi sempre nei momenti migliori.

"Bon dai, abbiamo bucato e piove a dirotto. È il momento di sfruttare la nostra membership della AA che li chiami e vengono a prestarti soccorso ovunque tu sia!"
  "Ottimo, basta chiamarli!"

Peccato che in Nuova Zelanda, appena metti becco fuori da un centro abitato, il tuo telefono si tramuta in niente più che una fedele action figure del monolite di "2001: Odissea nello spazio". Stessa utilità. Manco le scimmiette attorno che litigano ci stanno.
E infatti avevamo meno copertura della Omaha Beach quindi, approfittando della mezz'ora più piovosa della stagione, iniziamo le attività extra-veicolari per cambiare la gomma, ovviamente dimentichi delle pratiche mantelle impermeabili, doverosamente custodite nel cassettino portaoggetti, mica addosso, eh.

"Tranquilla, ormai sono talmente bagnato che ho fatto il giro e sento quasi afa."
E si riparte col nostro bravo ruotino, che la Mora mica c'ha la sua di ruota di scorta ma quella della Golf di Big Jim, con cui si dovrebbe guidare per il minor numero di chilometri possibile e senza superare gli 88 orari, pena attivazione del flusso canalizzatore e conseguente trasferimento temporale al primo giorno delle medie.

Ora, è doveroso dedicare una corposa parte del presente documento, che rimarrà a imperitura memoria inciso nell'etere internautico, al prezioso e raro reperto archeologico post colombiano, forgiato dalla sapienza di una tecnologia aliena, rappresentato dalla nostra compianta gomma esplosa. Praticamente la figlia unica di una madre vedova, un manufatto evidentemente unico in Nuova Zelanda. Probabilmente vulcanizzato con le ceneri dell'ultimo moa clonato dal DNA recuperato dei frammenti di antichi stuzzicadenti e tarzanelli māori.
Abbiamo dovuto raggiungere Wellington prima di trovare un esemplare degno di sostituirlo, sfidando distanze neanche lontanamente impensabili per un ruotino di Big Jim, cercando in tutti i modi di non superare la velocità di distruzione di mondo, con manovre circensi per farsi superare dai camion che, solidali, volevano stamparci il calco del loro numero di targa nel bagagliaio.

Reperto 215/60 R17 - replica originale anterodestra. Olio su tela.
A degna chiosa del viaggioversoilcentrodellaterra che il destino ci ha regalato, urge citare il mare forza NOVEdiamodinonsboccare che ci ha cullato nella traversata dello stretto di Cook.
Grazie destino, sei sempre un amico caro.

"Sto bene, tranquilli. Tutto regolare."

"Sbocco il re del mondooo!"

Ma ora è tutto finito e ci siamo finalmente ricongiunti alla nostra ohana, sereni, rifocillati e pronti a una vacanza che, onestamente, non potrà che migliorare!



domenica 18 dicembre 2016

Divani & divani

C'è che tra i primi acquisti per festeggiare la permanenza in Nuova Zelanda c'era questa coppia di superbici nuove di pacca per esplorare i dintorni con il complice tepore della bella stagione.

C'è che dopo tre anni suonati i dintorni non riservano più chissà quali sorprese e le superbici stavano raccogliendo polvere nel capannino sul retro.

Occorreva fare qualcosa o le superbici non sarebbero state più felici.
Mai più.

Mezz'ora di ricerche su TradeMe, una sessantina scarsa di verdoni e ci siamo accaparrati un praticissimo pratico porta-superbici da avvinghiare al baule dell'auto.

In men che non si dica + 1 ora il nuovo accessorio era saldamente aggrappato al popò della Mora, pronto a offrire sostegno alle superbici, ora trasportabili ogniddove!

Prima fase, ovvero:
"Di quanto sembrava facile montare l'accrocchio in così poco tempo da non aver nemmeno bisogno di levarsi il giubbetto" 

Seconda fase, ovvero:
"I cento modi migliori di spendere 60 dollari" 

Terza fase, ovvero:
"La gioia o la si prova o la si finge"
E quindi via! Si parte verso il nostro primo itinerario in bici lontano da dove è umanamente possibile arrivare direttamente in bici perché ti asfaltano e poi fanno retro per essere sicuri.
La destinazione scelta è a poco meno di 16 chilometri da casa.
Li abbiamo fatti ai 20 all'ora.
Ci siamo fermati otto volte per stringere i lacci.

Fatto sta che l'accrocchio funziona e le superbici all'arrivo erano ancora tutte lì.
Felicissimi iniziamo il nostro giro che si rivela una merda non essere proprio all'altezza dello sforzo profuso.



E va be', almeno c'è un'area picnic dove sgranocchiare il nostro pranzo al sacco mentre numerosi kiwi ad alto contenuto buzzurrico si assiepano lungo le rive del fiume Waimakariri per il consueto garino di jetboat.

Arrivati alla frutta (ci s'affibbi pure il significato che si preferisce), una coppia di ragazzotti kiwi parcheggia il proprio ute il cui posteriore è interamente occupato da un divano a 3 posti.
"Si tratta di due giovanotti che hanno pensato di 'spezzare' le fatiche di un trasloco facendo un salto qui", pensiamo naïf come un quadro di Ligabue.

No.

"Where, where?"

"There, there!"

"Cool bro"

"Yeah-naa..."

"Yo, yo!"

"Sweet as."

sabato 18 giugno 2016

La piscina


  • Viviamo su un'isola in mezzo al Pacifico il cui nome deriva da un'antica presa per il culo.

  • La nostra casa è a 200 m dall'oceano quando c'è bassa marea che si riducono a 9 cm quando c'è l'alta.

  • Nell'arco dei prossimi vent'anni il riscaldamento globale incoraggerà il trionfale ritorno dei braccioli anni 80.

  • Abbiamo la tendenza a prenotare le vacanze in concomitanza di inediti catastrofici fenomeni meteo, come la visita all'osservatorio di Tekapo e l'ultima escursione a Sydney, ambedue esperienze asciutte come uno sputo in un occhio.

Per i suddetti motivi e, soprattutto, per quella collezione di ernie che mi sono state donate in gioventù, è bene che mantenga un tono muscolare adeguato. Quindi, ormai da mesi, corro, salto, arrampico, pratico scherma, sollevo pesi, salto ostacoli e mi alleno nelle arti marziali.

Inoltre, quando stacco Assassin's Creed, vado a nuotare.

E la piscina kiwi sarà tipo la stessa cosa di quella italiana?
Tipo no.

Premessa d'obbligo è che la piscina è stata scelta sulla base del bacino d'acqua più prossimo a casa, scartando l'oceano dal nome-sfottò, le cui temperature sono normalmente così miti, che se non lo salassimo, sarebbe solido. La premessa vale a dire che la piscinetta in cui sguazzo quel paio d'orette a settimana non è certamente la più lussuosa di Christchurch, quindi alcune caratteristiche potrebbero essere differenti altrove, ma chìssene, oh.

La piscina che transitivamente nuoto si chiama come la ditta per cui lavoro il che fa di me il boss indiscusso del posto, quando mi presento nel parcheggio alla guida dell'auto aziendale con la scrittona McMillan Drilling sulla fiancata. Roba che, come esco dall'auto per entrare in piscina, sfodero un ghigno supponente, metto gli occhiali da sole (anche d'inverno alle alle sei del pome) e mi dirigo tronfio fino all'ingresso.


Una volta entrato, mi trovo in una sorta di anticamera gremita di bimbetti in attesa davanti al televisore o a uno smart-robo. Chi tra i bimbetti non è impegnato in uno di questi passatempi o in uno degli attacchi epilettici che inevitabilmente ne conseguono, mi rivolge un sguardo lucido, forse carico di ammirazione, forse pregno di riverenza, forse... nel dubbio, a quel punto, solitamente levo disinvolto occhiali e ghigno.

L'unica altra porta dell'anticamera conduce alla vera e propria piscina che è ricavata all'interno di una struttura in legno e cemento, anello di congiunzione tra un capannone industriale, un comodino dell'Ikea e una camera a gas di Dachau.
E qui la prima sorpresa. La piscina è quasi per intero fuori terra... Il che equivale a dire che per immergerti devi salire più gradini di quanti ne devi scendere.


E vabbe', d'altronde non sono venuto qui per evitare gli sforzi fisici, andiamo a cambiarci, và.

Lo spogliatoio non è decisamente difficile da identificare e al mio arrivo è solitamente bombo di ragazzini, intenti a cambiarsi dopo la lezione appena terminata.
Mi parcheggio di fianco all'omone su sfondo verde, in attesa che si liberi un po' di posto, chiedendomi a cosa realmente serva uno spogliatoio ai più, visto che ne escono esattamente come vi entrano: bagnati, nudi e scalzi. Se non altro qualcuno cerca di darsi un tono involtinandosi dentro un asciugamano.
E così li vedi uscire, questi bimbetti, seguendo come anatroccoli i genitori fino alle auto, soffrendo ogni passo sulla ghiaia del parcheggio, lasciando una traccia di acqua clorata tipo bava di lumaca... le scarpe in mano, i vestiti sotto braccio. Mah.
Normalmente, dopo una decina di minuti di attesa con il taciturno omone, qualche brano di panca si libera e posso entrare a cambiarmi.

Lo spogliatoio è una stanzetta buia con un giro di panche, un deumidificatore, un wc, un lavandino e un vespasiano.


Docce? E perché mai? Stai in acqua tutto il tempo, no?

Saluto gli eventuali ragazzini residui che... non rispondono.
Cioè no, fatemi capire, in Nuova Zelanda ti salutano tutti e ovunque che quando c'hai i cinque minuti li prederesti pure a schiaffoni... ma nello spogliatoio della piscina no: tutti girati contro il muro a cambiarsi sotto gli asciugamani e sambo. Magari qualcuno mugugna un monosillabo da dentro l'asciugamano ma se è impercettibile, spiacente, non conta. Solo una volta un intrepido ragazzetto mi ha rivolto la parola, affascinato dal mio lettore mp3 subacqueo. Poi, col tempo, hanno capito come funziona, si sono abituati a vedermelo addosso e non fa più notizia.

Gli adulti sono decisamente più cordiali e loquaci e di norma raccontano dettagliatamente la propria settimana e quella dei familiari.

E poi in piscina con me viene Batman.
Sì, quelle lì sopra sono le mutande
Cambiarsi per andare a nuotare, per un italiano medio, significa presentarsi in vasca indossando il minimo necessario rappresentato da: costume, cuffia, occhialini, ciabatte in gomma e accappatoio.

Cambiarsi per andare a nuotare, per un neozelandese medio, significa presentarsi in vasca indossando il minimo necessario rappresentato da: costume.

Sì perché le ciabatte mica ce le si mette per camminare dentro: si usano fuori, qualche volta; la cuffia è ben accetta ma non obbligatoria che delle volte fai una bracciata e ti trovi uno scalpo aggrappato al gomito; l'accappatoio dal canto suo è un indumento talmente sconosciuto che manco lo si traduce.
Va da sé che il mio corredo standard mi rende un tantino different al momento del mio ingresso in vasca.
Qui ci si scordi il pavimento piastrellato e (ben volentieri) il tunnel-doccia obbligatorio prima di entrare. Ci si tuffa e basta che tanto la percentuale di cloro nell'acqua è sufficiente da introdurre il concetto decisamente più corretto di percentuale di acqua nel cloro. Concetto che si manifesta in tutta la sua lapalissianità quando torni a casa croccante, con il costume sciolto e senza capelli.

Il sistema di prenotazione della corsia è tale per cui al massimo ci si può nuotare in due e questo è il vero lato positivo della piscina kiwi: non più come ai vecchi tempi in 8-10 gladiatori per corsia a nuotarsi in groppa, fermandosi a metà vasca che c'è quello lento davanti o venendo artigliati alle caviglie che c'è quello veloce di dietro, il tutto cercando di schivare le gomitate laterali e i tuffi dal cielo...
La mia compagnia di corsia è Kate, una gentile e simpatica signora inglese, diversamente magra.
La prima volta che la incontro, rispolvero il ghigno supponente del parcheggio e penso: "Ok, questa sarà un tantino lenta ma sono un gentiluomo io, posso aspettare e adeguarmi al suo ritmo, come lei fa una vasca io ne faccio due, e via così". Dopo aver fatto conoscenza mi dice: "Feel free to go first", invitandomi a precederla.
"Se non altro conosce i suoi limiti e cede il passo, ebbrava K!" penso io.
Calo la mascherina sullo sguardo concentrato, una breve iperventilazione preparatoria e riempio i polmoni, pianto i piedi sul bordo della vasca e in uno spumeggiare di... cloro... sono lanciato verso il centro vasca. Una, cinque, dieci bracciate, rapidi respiri ogni tre, le gambe mulinanti come eliche e in un attimo tocco il bordo opposto.
"Non male per essere la prima vol...", "Feel free to go first" Kate mi sorride alle mie spalle, riposata e fresca come un fiore.

Ma filfrì staminchia che manco c'ho il fiato per rispondere! Ma che sei, l'orcassassìna?

Gesticolo che può andare prima lei che io devo... cambiare stile e a rana sono un pelo più lento...

Ecco come ho conosciuto Kate e perso per sempre il mio ghigno supponente.

Comunque, ora che sono un po' più allenato è molto diverso... nel senso che ho quasi sempre il fiato per rispondere. Per il resto no, La Kate mi da via anche se nuota a rana...

E io a stile.

sabato 21 maggio 2016

lunedì 16 maggio 2016

Ed era anche ora!

In questi anni di dolce far niente mi sono cimentata in vari progetti: dagli orecchini con i pezzi di puzzle alla consulente burocratica per italiani sfaccendati e scansafatiche. Poi, mi sono ritrovata a raccontare storie: le vicende di emigrazione di connazionali incrociati da questa parte del modo.

Al netto delle sfaccettature più personali, in tutte quelle esperienze è possibile individuare un minimo comun denominatore: sono storie abbastanza simili, di insoddisfazione, curiosità e coraggio.

Ma questa intervista invece è diversa. Perché c'è chi emigra in cerca di fortuna, chi per rincorrere un sogno, chi spinto dalla voglia di conoscere il mondo e chi, invece, anche per vedersi riconosciuti dei diritti che il proprio paese gli nega.

E sebbene da qualche giorno l'Italia sia un po' più vicina alla Nuova Zelanda, be' a guardarci bene ne ha ancora tanta di strada da fare.
Mai contenta? Non quando si tratta di diritti civili!

Intervista a Massimo ed Andrea a cui va un grazie particolare per essersi fidati di me ed avermi raccontato la loro storia.